Dal «wow» al valore 

GIOVANNI RE

Giovanni Re.
Academy Specialist Roland DG e fondatore di Artigiani Tecnologici.
Il suo motto: “sapere, fare, saper fare, far sapere”.
Cultore del wow, mescola manualità e digitale da oltre trent’anni.

Intervista a Giovanni Re – Quando ho cominciato a seguire l’evoluzione del panorama tecnologico italiano, il nome di Giovanni Re continuava a emergere nei dibattiti più concreti sull’innovazione industriale. Academy Specialist Roland DG, fondatore di Artigiani Tecnologici, formatore di oltre diecimila professionisti: la sua storia parte dalla serigrafia siciliana degli anni Ottanta e devia verso una domanda che mi sembra sempre più urgente. Come si trasforma il “wow” di fronte a una tecnologia in valore reale per un’azienda? E che ruolo hanno le community in questo passaggio?

Joon-Ho Kim: Giovanni, nel contesto delle aziende strutturate, spesso si percepisce una tensione tra la necessità di innovare e la stabilità delle operazioni quotidiane. In che modo le community possono facilitare l’esplorazione tecnologica, mantenendo questo equilibrio?

Giovanni Re: Nelle community di pratica, la condivisione di esperienze di tipo pratico-applicativo porta un enorme beneficio alle aziende, in quanto scavalca il problema dei sondaggi non veritieri e consente di analizzare le richieste per lo sviluppo di nuove tecnologie.

Joon-Ho Kim: La condivisione di esperienze pratiche sembra quindi un elemento cruciale per superare le distorsioni delle informazioni tradizionali. Come pensi che le aziende possano incentivare la partecipazione attiva dei loro membri alle community, soprattutto quando si tratta di integrare nuove tecnologie?

Giovanni Re: Tramite l’uso del dono. L’azienda che si apre e fornisce informazioni di prima mano alla community ottiene una reputazione tale da far aprire il cassetto delle idee dei partecipanti e ricevere da loro feedback o miglioramenti impensabili da una R&D che rimane chiusa nelle stanze blindate.

Joon-Ho Kim: La cultura del dono nelle aziende sembra promuovere un’apertura reciproca e un flusso di idee innovativo. In che modo questa dinamica può influenzare la cultura organizzativa complessiva e quale impatto potrebbe avere sulla capacità dell’azienda di adattarsi alle tecnologie emergenti?

Giovanni Re: La cultura aziendale si sposta verso una cultura etica dove il benessere del cliente finale è la missione prioritaria. Questo nuovo spostamento verso una visione umanistica bilancia l’adattamento alle nuove tecnologie emergenti e ne consente una adozione più efficace.

Joon-Ho Kim: Questa evoluzione verso una cultura etica e umanistica sembra trasformare il modo in cui le aziende interagiscono con le tecnologie. Quali strumenti digitali pensi possano essere più efficaci nel supportare questo cambiamento culturale e incentivare l’engagement all’interno delle community aziendali?

Giovanni Re: Gruppi di lavoro, repository condivisi, corporate academy devono essere presenti sia nella forma digitale che in quella fisica. Uno showroom con tutte le applicazioni realizzate dai clienti finali diventa uno spazio di stimolazione per trovare nuove applicazioni, e la sua digitalizzazione tassonomica permette di trovare connessioni che sarebbero difficili da individuare, soprattutto in questo momento dove la coda lunga dei mercati ci porta sempre di più a creare prodotti di nicchia.

Joon-Ho Kim: L’integrazione tra spazi fisici e digitali sembra fondamentale per stimolare l’innovazione. Come vedi l’evoluzione di queste pratiche nel futuro, soprattutto considerando la crescente complessità e personalizzazione dei mercati? Quali nuove sfide potrebbero emergere?

Giovanni Re: La crescente complessità e personalizzazione dei mercati potrebbe portare a nuove sfide, come la necessità di mantenere un equilibrio tra personalizzazione estrema e scalabilità delle soluzioni. In un contesto in cui ogni cliente può richiedere una soluzione su misura, le aziende potrebbero trovarsi a dover gestire un numero crescente di varianti del prodotto o del servizio, il che può complicare notevolmente la logistica e la produzione. Inoltre, l’interconnessione tra spazi fisici e digitali potrebbe incontrare resistenze culturali o tecniche, specialmente in organizzazioni che non hanno ancora abbracciato pienamente la trasformazione digitale.

Joon-Ho Kim: Quali strategie ritieni possano essere più efficaci per navigare queste sfide, garantendo che l’integrazione tra pratiche fisiche e digitali continui a promuovere l’innovazione senza sacrificare l’efficienza operativa?

Giovanni Re: Usare la produzione digitale per piccole scale di personalizzazione, usando la vecchia metodologia di produzione industriale per l’abbattimento dei costi. Questo mix consentirebbe di avere una efficienza operativa continuando a fornire prodotti di alto livello ma rimappati a misura di cliente.

Joon-Ho Kim: In che modo pensi che le aziende possano preparare il loro personale per operare efficacemente in questo contesto ibrido? Quali competenze ritieni necessarie per gestire con successo questa transizione?

Giovanni Re: La flessibilità è una chiave, come la connessione con altri microproduttori esperti di una specifica nicchia. La conoscenza allargata di diversi aspetti della produzione del prodotto consente inoltre di poter scegliere velocemente fornitori di tecnologie o materiali adatti allo scopo. La differenza tra prototipo e prodotto finale sarà sempre più piccola. Il personale deve saper modellare in 3D, deve saper scattare una foto ben illuminata per pubblicarla sui social, e le AI affiancheranno sempre di più ognuno di questi processi.

Joon-Ho Kim: Come vedi l’evoluzione del ruolo delle intelligenze artificiali nel supportare queste competenze, e quali implicazioni pensi che avrà sulla formazione continua del personale all’interno delle aziende?

Giovanni Re: Le AI saranno sempre di più al nostro fianco, liberando del tempo per sperimentare ogni aspetto della nostra produzione, trovando le giuste misure per creare qualcosa di appetibile nel mercato che ci porti profitto e che ci renda orgogliosi di ciò che stiamo facendo.

Joon-Ho Kim: In conclusione, quali passi pensi che le aziende dovrebbero compiere oggi per prepararsi a questo futuro, sia in termini di investimento tecnologico sia di sviluppo delle competenze del personale?

Giovanni Re: Usare tecnologie come AI, AR, VR, IoT, robotica, coding all’interno dei processi standard, connettendosi con i clienti per intercettare bisogni latenti e sperimentare nuove soluzioni innovative e inusuali per poi presentarle alla community ricevendo un feedback immediato. A questo punto si utilizzano nuovamente le tecnologie e la fabbricazione digitale per produrre prototipi funzionali personalizzati per ogni esigenza. In questo ciclo, l’azienda che ascolta, che si connette e che sa usare le tecnologie al meglio avrà la flessibilità di chiudere o aprire un nuovo progetto in base al momento storico, e gli stessi asset consentiranno di muoversi liberamente su questo terreno reso pianeggiante dalle tecnologie adottate.

Joon-Ho Kim: Grazie, Giovanni, per aver condiviso le tue riflessioni e strategie su come le aziende possono navigare l’evoluzione tecnologica mantenendo flessibilità e innovazione al centro delle operazioni. Durante la nostra conversazione, sono emersi diversi punti significativi: l’importanza del connubio tra metodologie tradizionali e tecnologie emergenti, il ruolo cruciale che le community e la cultura del dono giocano nel promuovere un ambiente di lavoro aperto e innovativo, e la necessità di sviluppare competenze trasversali nel personale per affrontare un futuro sempre più interconnesso e tecnologico. Il tuo approccio sottolinea come l’integrazione tra intelligenza artificiale e creatività umana possa trasformare le aziende in organismi agili, capaci di adattarsi rapidamente ai cambiamenti del mercato. Questa visione ci ricorda l’immagine di una nave che, grazie a vele ben regolate, può navigare agilmente tra i venti in continuo cambiamento, sfruttando ogni soffio per avanzare verso nuovi orizzonti. Grazie ancora per il tuo contributo illuminante.

Giovanni Re: Grazie a te.

Joon-Ho Kim: È stato un piacere dialogare con te. Buona giornata!

Al termine di questa conversazione con Giovanni Re emerge con chiarezza una verità scomoda per molte organizzazioni: l’innovazione autentica non si compra, si coltiva attraverso relazioni aperte e apertura strategica. La sua proposta di utilizzare la “cultura del dono” come leva per l’innovazione non è idealismo — è pragmatismo evoluto. Quando un’azienda condivide conoscenza con la propria community, non sta regalando vantaggi competitivi. Sta investendo in un ecosistema che genererà ritorni moltiplicati sotto forma di feedback, miglioramenti e opportunità che nessun laboratorio interno potrebbe mai produrre.
La visione sull’ibridazione tra produzione digitale e metodi industriali tradizionali rivela una maturità strategica che poche aziende hanno ancora raggiunto. Non si tratta di scegliere tra efficienza e personalizzazione, ma di orchestrare entrambe: grande serie dove la scala abbatte i costi, produzione digitale dove serve la misura del cliente. Il suo mantra — sapere, fare, saper fare, far sapere — non è una formula motivazionale. È una mappa di sopravvivenza per l’economia che ci aspetta.
Quello che colpisce di più è la sua capacità di vedere l’intelligenza artificiale non come una minaccia da gestire, ma come un alleato che libera il potenziale creativo umano. Mentre molti leader aziendali oscillano tra entusiasmo acritico e paura paralizzante, Giovanni offre una terza via: l’integrazione consapevole e strategica, che inizia dalla community e arriva alla singola decisione di prodotto.
La domanda che resta aperta è la stessa che ogni leader dovrebbe porsi: la mia organizzazione è pronta ad aprire il cassetto delle idee? O continua a tenere la R&D nelle stanze blindate?

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