ROBERTO BONZIO
Roberto Bonzio.
Giornalista e storyteller, fondatore di Italiani di Frontiera. Racconta talenti e
innovazione tra Italia e Silicon Valley.
Intervista a Roberto Bonzio – Ho voluto parlare con lui di un tema che considero urgente e scomodo: cosa succede alle persone — e alle organizzazioni — quando il lavoro viene progettato pensando alla loro assenza? Il suo sguardo è quello raro di chi sa distinguere tra paura e cautela, tra adattamento e resa.
Catherine Marshall: Grazie Roberto, bentornato. Oggi vorrei parlare con te di come l’essere umano debba riposizionarsi rispetto all’intelligenza artificiale in un mondo del lavoro sempre più automatizzato. Quando pensi al lavoro organizzato apposta per fare a meno delle persone, qual è la prima immagine concreta che ti viene in mente, dalla tua esperienza di giornalista o di osservatore del mondo delle aziende?
Roberto Bonzio: La prima immagine direi è il vuoto, un vuoto che mi mette un po’ a disagio, perché credo che tutto il mio lavoro sia fatto basandosi sulla relazione con le persone. È un nuovo orizzonte probabilmente da esplorare con un pizzico di coraggio e un po’ di senso critico nei confronti di questa assenza.
Catherine Marshall: È interessante che la prima immagine sia proprio il vuoto, quasi fisico, e che tu lo leghi subito al tuo mestiere costruito sulle relazioni. Restando su questo crinale tra coraggio e disagio: secondo te, in che cosa l’assenza delle persone può davvero aumentare l’efficienza di un sistema di lavoro, e in che cosa invece rischia di svuotare di significato il lavoro stesso?
Roberto Bonzio: Penso che questa possibilità di svolgere una parte del lavoro in assenza di persone ci richieda di ripensare tutto — non solo il lavoro, ma forse anche il mondo in cui viviamo. Richiede di saper utilizzare competenze di forze extraumane, come l’intelligenza artificiale, e di riposizionare le competenze delle persone. Come se una persona che usava una pala si rendesse conto che il suo lavoro può essere sostituito da un trattore, o la persona che guida un trattore si rendesse conto che quel trattore può svolgere quel lavoro a guida autonoma. Questo riposizionamento è cruciale per comprendere quali altre cose possono fare le persone, e non va interpretato solo in senso negativo: richiede una riqualificazione. Però può essere un problema complesso, perché in molti casi — soprattutto per chi è arrivato a una certa età — non è facile sapersi reinventare.
Catherine Marshall: Quindi per te l’assenza non è solo perdita, è anche uno specchio che ci costringe a chiederci chi siamo senza la nostra “pala” o il nostro “trattore”. Hai in mente una persona concreta, magari incontrata in un tuo lavoro, che abbia vissuto sulla propria pelle questo bisogno di reinventarsi di fronte a una tecnologia che rendeva superflua la sua mansione?
Roberto Bonzio: Un esempio singolo non mi viene in mente. Credo di aver conosciuto, di aver incrociato settori di persone che da questa sostituzione sono stati messi in crisi. Devo dire che faccio un po’ riferimento anche a quello che è successo a me: non mi è successo di essere stato costretto a cambiare lavoro perché delle tecnologie potevano svolgere quello che facevo in redazione, ma penso che il mio esempio possa essere pertinente, perché mi sono trovato nella posizione di inventarmi un nuovo lavoro — raccogliere storie e raccontarle — nella consapevolezza che una parte del lavoro che facevo in redazione poteva essere svolto in maniera automatica. D’altronde non ho fatto questo perché vedevo tramontare le mie competenze, ma anzi per il motivo opposto: mi sono reso conto che c’era la possibilità, grazie anche a delle tecnologie — penso all’uso dei social e non solo — di sfruttare competenze che invece un lavoro tradizionale in redazione non utilizzava. Anzi, peggio: alcune di queste competenze potevano essere considerate un intralcio nel lavoro di routine in redazione.
Catherine Marshall: È molto interessante questo rovesciamento: non sei stato espulso dalla tecnologia, ma hai usato la tecnologia per liberare parti di te che in redazione erano quasi un intralcio. Restando su questa idea dell’assenza come spazio liberato: secondo te, quando togliamo persone da certi passaggi del lavoro, che cosa rischia di sparire insieme a loro in termini di relazioni, conflitto, responsabilità condivisa dentro un’organizzazione?
Roberto Bonzio: Credo molto. C’è un aspetto umano che riguarda sia la competenza nel svolgere un certo lavoro — non è detto che un’automazione o un’intelligenza artificiale, anche più efficiente, abbia la stessa consapevolezza nel svolgere quel ruolo, abbia una competenza radicata in esperienze personali del passato — sia l’aspetto proprio delle relazioni nel svolgere il proprio lavoro. Farlo in un ambiente collettivo, in un’interazione con gli altri, dovrebbe essere — non sempre lo è — uno stimolo, un costante confronto con altre esperienze che ti aiuta a capire i tuoi errori, quello che puoi far meglio, o a cogliere opportunità alle quali da solo potevi non arrivare.
Catherine Marshall: Colpisce come tu leghi la qualità del lavoro alla qualità delle relazioni e della memoria condivisa, non solo all’efficienza. Ti chiedo allora: se il successo di un’azienda inizia a essere misurato anche in base a quante persone riesce a togliere dai processi, come pensi che cambi nel tempo il modo in cui raccontiamo il lavoro, nelle narrazioni pubbliche e nei discorsi quotidiani?
Roberto Bonzio: Penso sia un grosso problema. Credo che questo stia già succedendo da un pezzo, soprattutto nel campo delle aziende valutate per risultati economici e finanziari. Valutare l’efficienza in base al numero di persone o di stipendi a cui si può fare a meno è, secondo me, un colossale errore. Tutto questo componente umano — nel confronto, nel senso critico, nella memoria — è un patrimonio per le aziende. Rinunciare a esso pensando solo a pagare meno stipendi e magari a produrre di più potrebbe rivelarsi un errore enorme. Chi gestisce le aziende ha una grande responsabilità nel considerare anche questo valore, che sembra intangibile ma c’è, ed è molto specifico in ogni organizzazione.
Catherine Marshall: Stai dicendo che l’azienda rischia di amputarsi proprio il patrimonio più difficile da ricostruire. Vorrei fare un piccolo salto sul vissuto di chi resta dentro queste organizzazioni alleggerite di persone: dal tuo sguardo di narratore di storie di lavoro, come cambia l’identità professionale e il senso di appartenenza di chi rimane in un ambiente dove l’assenza di colleghi diventa un indice di successo?
Roberto Bonzio: Non posso riferire di esperienze vissute o constatate in altre persone; posso solo ragionare per astrazione, in questo momento in cui siamo anche un po’ all’inizio di questa fase. Credo di aver visto nelle trasformazioni precedenti nei posti di lavoro il rischio sempre di uno snaturamento. Non è detto che questi cambiamenti siano sempre per il peggio, ma perdere questo potenziale e questo patrimonio di relazioni lascia il segno, e penso che questo segno possa essere anche negativo nelle persone che rimangono.
Catherine Marshall: Apprezzo che tu mantenga questa onestà nel distinguere tra ciò che hai visto e ciò che intuisci. Se immagini una persona che oggi entra nel mondo del lavoro sapendo che l’assenza umana è già uno dei criteri di progettazione dei processi, quale sarebbe istintivamente il primo consiglio che le daresti per non farsi schiacciare da questa logica?
Roberto Bonzio: Credo che questo sia un po’ in linea con il mio lavoro con Italiani di Frontiera, che ha come mantra la curiosità e il cercare di esplorare nuove frontiere. Fino ad alcuni anni fa uno poteva pensare di entrare in un posto di lavoro in Italia e rimanerci per tutta la durata del proprio percorso lavorativo, con competenze che sarebbero state definitive per il ruolo da svolgere. Tutto questo non c’è più. Questo richiede un’apertura mentale che ti porti a immaginare, anche all’interno di un’azienda dove sei assunto con posto fisso, di assumere ruoli diversi o di affrontare sfide che all’inizio non puoi nemmeno immaginare. Tutto questo richiede una grossa sfida per la nostra intelligenza e per la nostra identità: sapere che il nostro percorso sarà segnato da molte più variabili di quelle che si immaginava in passato. Questo non vuol dire reagire con paura o considerare ogni cambiamento un pericolo — ci possono essere grandi opportunità. Ma è cruciale la capacità di apertura e adattamento, e credo che questo richieda anche una riorganizzazione delle aziende stesse, che devono essere in grado di prevedere e favorire questi adattamenti. La flessibilità che viene chiesta ai lavoratori dovrebbe essere ancora più alta e moltiplicata per chi gestisce l’azienda. Flessibilità, apertura, curiosità.
Catherine Marshall: Mi colpisce che tu sposti subito il focus sulla curiosità come antidoto alla paura, ma al tempo stesso riconosca che chiediamo una flessibilità enorme proprio a chi è più esposto. Se dovessi scegliere una sola capacità umana che immagini diventerà centrale nei prossimi anni, quale sceglieresti e perché?
Roberto Bonzio: Credo sia l’apertura al cambiamento, che si coniuga con la curiosità ma soprattutto con la flessibilità. È impossibile fare oggi previsioni sul mondo del lavoro tra cinque o dieci anni, forse nemmeno in due. Possiamo solo immaginare che i cambiamenti — brutalmente accelerati nella struttura sociale, nella politica, nell’ambiente — possono diventare ancora più rapidi. E noi abbiamo solo il nostro patrimonio intellettuale per affrontarli. Patrimonio intellettuale e patrimonio umano: rispetto degli altri, conoscenza, rapporti con chi ha idee, carattere e patrimonio culturale diverso. Uno dei problemi della società è proprio questo: chi affronta cambiamenti brutali e traumatici tende a cedere alla paura e ad arroccars. Ed è quello che spiega il successo di proposte sovraniste o complottiste — sono semplificazioni colossali che tendono a individuare rapidamente un nemico invece di innescare un processo di apertura alla conoscenza. Eppure è esattamente questo che ci richiede un mondo in cambiamento.
Catherine Marshall: Questa connessione che fai tra mondo del lavoro e reazioni politiche alla paura mi sembra decisiva: la stessa ondata di cambiamento che chiede flessibilità alimenta anche chi promette muri e semplificazioni. Vorrei intrecciare questo con il tema dell’intelligenza artificiale: se pensi a queste tecnologie come a sistemi che amplificano tendenze già in corso, che effetto temi di più sul nostro modo di pensare, di porci domande, di coltivare quella curiosità critica che per te è così centrale?
Roberto Bonzio: Penso al ruolo del giornalista, perché i cambiamenti in corso — in particolare la diffusione dei social e una circolazione di informazioni incontrollabile — portano molte persone a ritenere quel ruolo superfluo. Si può avere un contatto diretto con le informazioni, con la realtà, ma sappiamo benissimo che non è così e che invece questo ruolo di mediazione — che vuol dire verifica e senso critico di fronte a un’immensa mole di informazioni — è oggi più importante che mai. Un politico che si fa domande di comodo, dà risposte completamente false senza nessun contraddittorio, può avere un impatto enorme su un’opinione pubblica che non ha abbastanza senso critico per reagire. Questo senso critico è indispensabile ancora di più oggi, con questo sopravanzare dell’intelligenza artificiale. Vuol dire che dobbiamo essere aperti all’utilizzo di nuovi strumenti con un grosso senso critico e la consapevolezza di quali possano essere tutti i risvolti negativi. Penso a quello che è successo con i social, con i quali ci siamo affidati — io per primo — con l’illusione che potessero essere uno straordinario strumento di progresso sociale, e abbiamo visto quale drammatico degrado e quale straordinario strumento di manipolazione possono diventare. Dobbiamo avere questo senso critico anche nei confronti dell’intelligenza artificiale, senza demonizzarla.
Catherine Marshall: Tu leghi in modo molto netto tre livelli: la valanga di informazioni, la fragilità del senso critico e il potere di chi sa usare meglio gli strumenti, qualunque essi siano. Quanto ti colpisce, o ti preoccupa, il fatto che l’intelligenza artificiale si appoggi su una filiera globale di lavori spesso poveri e invisibili — persone che puliscono dati, moderano contenuti, addestrano sistemi — mentre in superficie noi vediamo solo l’apparenza brillante e automatizzata?
Roberto Bonzio: Grazie per questa domanda, perché tocca davvero un punto cruciale. Noi non abbiamo una visione d’insieme dell’intelligenza artificiale — come, del resto, di molti altri aspetti della nostra vita. Abbiamo una visione superficiale: conosciamo alcune cose, non ci rendiamo conto di cosa può esserci dietro quella superficie. Questo accenno all’enormità di lavoro sottopagato, a volte a livelli quasi schiavistici, che tiene in piedi questo colossale meccanismo — di cui noi vediamo soltanto gli aspetti più brillanti — ci richiede ancora una volta grande senso critico, la capacità di andare a fondo, di seguire con attenzione anche voci controcorrente. La nostra storia è stata segnata dai whistleblower, da chi ha segnalato quello che non andava, spesso con un senso del dovere che andava al di là di qualsiasi opportunità personale. E molte volte solo a distanza di tempo ci siamo resi conto di una realtà che pochi avevano intravisto e che era molto più complessa. È un’altra cosa che richiama l’aspetto cruciale del giornalismo: il senso critico, quel pizzico di scetticismo indispensabile per valutare qualsiasi progresso, qualsiasi dichiarazione. E la disponibilità a cambiare completamente parere quando scopri qualcosa che prima non si vedeva.
Catherine Marshall: Mi sembra che tu stia dicendo una cosa molto esigente, quasi scomoda: usare questi strumenti in buona fede richiede un lavoro continuo di scavo, di ascolto delle voci marginali, di disponibilità a cambiare idea quando emerge ciò che prima era invisibile. Se l’intelligenza artificiale tenderà sempre più a produrre contenuti sintetici, veloci, rassicuranti, che riempiono tutto lo spazio dell’attenzione, come possiamo secondo te preservare nella vita quotidiana delle persone quell’abitudine lenta alla complessità, al dubbio, al racconto lungo che tu pratichi con Italiani di Frontiera?
Roberto Bonzio: Mi sono accorto che raccontare con una narrazione che ha impatto emotivo ha un grande valore, forse proprio per questo. È indispensabile coinvolgere le persone anche nell’analisi e nelle informazioni, coinvolgere anche quella parte emotiva che purtroppo è l’aspetto sul quale più giocano i social: gli algoritmi puntano molto sul fatto di emozionare, molto spesso in senso negativo — indignare, individuare responsabilità, coinvolgere emotivamente in maniera irrazionale. È indispensabile che chi fa informazione sappia offrire questo impatto emotivo in modo responsabile, qualcosa che ci differenzi dalle notizie rapide ed efficienti dell’intelligenza artificiale. Questo forse è un aspetto di umanità che noi dobbiamo imparare a coltivare più di quanto potevamo immaginare fino a poco tempo fa.
Catherine Marshall: Trovo molto potente questa idea dell’emozione come luogo di resistenza umana, e non solo come leva di manipolazione, se coltivata in modo responsabile. Quando diciamo che l’intelligenza artificiale “fa” qualcosa, in realtà sono sempre esseri umani che l’hanno progettata, addestrata, messa in campo. Il fatto che questi sistemi agiscano senza intenzione propria ti sembra che riduca la responsabilità delle persone, o la renda ancora più grande?
Roberto Bonzio: La responsabilità rimane. È chiaro che forse è anche meno soggettiva — una risposta dall’intelligenza artificiale è un’elaborazione colossale di migliaia, forse milioni di contenuti prodotti da persone. Non è facile risalire a chi ha generato quella singola cosa: è come avere di fronte una gigantesca macchina statistica. Il fatto che la responsabilità sia così distribuita — diluita tra chi progetta, chi finanzia, chi addestra, chi usa — rischia di portare alla de-responsabilizzazione: ognuno può dire “non è colpa mia.” Questo dà una responsabilità ancora maggiore a chi lavora alla progettazione. E credo che di pari passo noi dovremmo sviluppare, in maniera collettiva, quegli anticorpi, quella capacità di esercitare critica e controllo per non subire questi strumenti ma usarli. Non dobbiamo accettare la passività nei confronti di una tecnologia che è estremamente efficiente ma che rischia anche di inibire il nostro senso critico e la nostra capacità di difenderci da certe pratiche ingannevoli senza che ce ne accorgiamo.
Catherine Marshall: Apprezzo che tu insista sull’idea di “anticorpi collettivi”, non solo individuali, perché sposta il discorso dall’utente isolato alle scelte culturali e politiche. Se pensi a un giovane o a una giovane che oggi entra nel lavoro e si troverà a convivere con automazioni pervasive e intelligenza artificiale ovunque, cosa gli diresti in poche parole per non sentirsi solo ingranaggio sostituibile di questo sistema?
Roberto Bonzio: Prima di tutto mi rendo conto che per via anagrafica ho avuto una cultura pre-digitale — una forte e prolungata cultura analogica — ed è stato un grosso vantaggio. Mentre credo che per le generazioni successive, i nativi digitali nati quando questi strumenti già esistevano, sia molto difficile comprendere alcune cose che la mia generazione fa fatica a comprendere dal lato opposto. Non ho ricette, ma penso che veramente l’apertura mentale, la disponibilità verso gli altri e la curiosità siano elementi cruciali per affrontare in futuro grandi cambiamenti di cui rischiamo di essere subalterni — e che sono già incominciati da un pezzo. Il mio piccolo elemento di ottimismo viene da quello su cui sto indagando, che è l’identità italiana: nel passato abbiamo dimostrato, proprio per incroci di culture e sovrapposizioni di elementi diversi, di riuscire a cavarcela in situazioni difficili. C’è quell’arte di arrangiarsi che è figlia della storia stessa dell’Italia — fantasia, creatività. Spero che si possa coltivare anche nel rapporto con qualcosa di rivoluzionario e senza precedenti come l’intelligenza artificiale. In questo la mia ricerca con Italiani di Frontiera forse, spero, possa essere anche utile.
Catherine Marshall: Hai toccato un punto molto interessante, quasi paradossale: il tuo “vantaggio analogico” come lente per guardare il digitale da fuori, e allo stesso tempo la speranza che una certa italianità — fatta di incroci culturali, fantasia e arte di arrangiarsi — possa diventare risorsa invece che zavorra. Mi colpisce anche che, alla fine, torni sempre alla stessa triade: apertura mentale, disponibilità verso gli altri, curiosità come unico vero scudo contro cambiamenti che non possiamo controllare ma solo attraversare. E forse il lavoro che fai con Italiani di Frontiera è proprio questo: allenare, con storie concrete, quella muscolatura interiore che serve a non farsi definire solo dalle macchine, ma a riposizionarsi come esseri umani dentro sistemi che, sempre più spesso, vengono progettati pensando alla nostra assenza.
Roberto Bonzio: Grazie Catherine, sempre utile questo confronto con te.
Catherine Marshall: Grazie a te Roberto, davvero. Le tue riflessioni su curiosità, apertura e identità italiana aggiungono sfumature preziose a un tema spesso raccontato solo in chiave tecnologica. È incoraggiante sentire come trasformi anche le inquietudini in occasione per ripensare il ruolo umano — biografico e professionale — dentro questo scenario in rapido mutamento.
