Venezia, inizio Settecento. L’alba filtra attraverso le persiane socchiuse dei palazzi che affondano le radici nell’acqua, mentre dai camini si levano spirali di fumo che si dissolvono nel cielo lattiginoso. È l’ora della preghiera, quando la città si raccoglie nel suo respiro più intimo e dalle calli emergono i primi segni di un giorno che si caricherà di una densità particolare. Lungo Riva degli Schiavoni, dietro le mura di un edificio bianco, sta per nascere qualcosa che sfugge alle cronache ufficiali. Una rivoluzione silenziosa, tessuta di note e nascosta dietro grate metalliche.
Qui, nell’Ospedale della Pietà, figure senza volto si preparano a riscrivere i codici della creazione musicale, a far tremare la frontiera del possibile. Sono ombre deliberate, presenze negate alla vista ma non all’ascolto, esistenze che la Storia ha quasi dimenticato, ma che continuano a pulsare nell’invisibile. Dietro quella grata metallica si cela una delle più straordinarie alchimie creative mai generate dal genio italiano. Un laboratorio dove l’esclusione diventa potenza espressiva, dove il margine si trasforma in epicentro di invenzione.
Le figlie del silenzio
Non hanno cognomi, solo soprannomi che raccontano la loro arte: Anna Maria del Violin, Chiaretta della Pietà, Pelegrina dall’Oboe. Pelegrina, che aveva iniziato studiando il contrabbasso, si era poi dedicata al violino per approdare infine all’oboe, suonando le parti solistiche scritte appositamente per lei da Vivaldi fino ai sessantadue anni, quando la perdita dei denti la costrinse a tornare al violino, continuando a esibirsi fino ai settantasette. Sono “esposte” – termine che racchiude un’intera cartografia dell’abbandono. Bambine depositate nella scaffetta, quella nicchia appena abbastanza grande per accogliere un neonato, lasciata nell’anonimato di notti veneziane che consumano i segreti.
Ma ciò che inizia come geografia di perdite si trasforma, sotto la guida di Antonio Vivaldi, che per molti anni lavorò come insegnante alla Pietà, in una delle più potenti costellazioni creative del tempo. Il prete dai capelli rossi – così lo chiamavano – non si limitò a insegnare. Architettò un cosmo parallelo, un universo acustico che respirava secondo leggi proprie.
L’ecosistema dell’invisibile
Le “Figlie di Choro” non avevano cognome, ma erano individuate dalla loro voce o dallo strumento che suonavano. L’intuizione di Vivaldi fu comprendere che la condizione di reclusione poteva diventare una camera di risonanza infinita; sottratte alle convenzioni del mondo esterno, protette dall’anonimato della grata, le sue allieve potevano attraversare territori sonori inesplorati. Mentre fuori le donne restavano escluse dalla professione musicale, dentro la Pietà si sviluppava un organismo che pulsava secondo ritmi rivoluzionari.
Le orchestre degli ospedali potevano contare fino a sessanta esecutrici, tutte donne, e le istituzioni competevano tra loro assumendo i migliori musicisti della città. L’Ospedale investiva in strumenti preziosi realizzati dai liutai più celebri, comprendendone la natura di prolungamenti dell’anima ma anche perchè le performance diventavano magneti che attiravano donazioni da tutta Europa, trasformando l’arte in forza gravitazionale capace di sostentare l’intera istituzione.
Soprattutto, Vivaldi scoprì che la vera invenzione nasce dalla migrazione tra linguaggi. Anna Maria del Violin non era prigioniera del suo strumento, ma intelligenza e talento nomade che attraversava mandolino, viola d’amore e altri strumenti, tanto che un poeta anonimo scrisse di lei che quando suonava “innumerevoli angeli osavano librarsi vicino”.
La danza della contaminazione
È proprio questa capacità di abitare simultaneamente spazi espressivi diversi che distingue l’esperienza della Pietà da ogni altro fenomeno musicale del tempo. Oltre centoquaranta musiciste sono state identificate negli archivi. Apollonia la cantante, Samaritana, Chiara; ognuna specializzata ma capace di metamorfosi continue. Non erano semplici esecutrici, ma organismi fluidi, creature capaci di dialoghi inattesi con l’imprevisto, di generare soluzioni proprio perché non trattenute da confini disciplinari.
Quando Vivaldi componeva il Quartetto in Do maggiore (RV 779), annotava direttamente sui manoscritti i nomi delle quattro musiciste scelte per l’esecuzione: Pelegrina all’oboe, Prudenza al violino, Lucietta all’organo e Candida al chalumeau. Ogni composizione diventava un ritratto sonoro, una mappa delle competenze individuali che si intrecciavano in architetture collettive sempre rinnovate.
Il risultato furono quei concerti che spinsero la musica barocca verso costellazioni inesplorate, seducendo Bach, che trascrisse diversi concerti di Vivaldi, anticipando l’orchestra come corpo collettivo pensante. La storica Jane Baldauf-Berdes ha stimato che in tre secoli furono composte oltre quattromila opere originali per gli Ospedali da almeno trecento compositori.

L’archeologia del possibile
Ciò che rende questa storia magnetica per chi si interroga sui meccanismi della creazione contemporanea è la dimostrazione di come l’autentica novità emerga dai margini, laddove i vincoli apparenti si capovolgono in libertà creative. Le musiciste della Pietà non accedevano ai circuiti ufficiali, erano letteralmente spettri sociali, eppure proprio questa condizione di trasparenza le rese libere di moltiplicare le proprie competenze, di sperimentare senza il peso del giudizio.
La grata che le sottraeva agli sguardi del mondo diventò emblema di una strategia vincente – far risuonare l’essenza, non l’apparenza. I visitatori come Rousseau si lamentavano di non poter vedere per via delle grate quelle donne capaci di suoni angelici; coloro che riuscirono finalmente a vedere le musiciste, scoprirono che molte erano state segnate da un’infanzia di stenti e dalla malattia – il vaiolo, la sifilide – e alcune erano anziane. Avevano immaginato che le donne fossero belle quanto la musica che creavano.
Senza la distrazione della visibilità, senza il fardello della rappresentazione sociale, l’eccellenza poteva manifestarsi nella sua nudità più potente. Il paradosso era perfetto. Più erano invisibili, più la loro arte diventava memorabile.
Le metamorfosi del tempo
Alcune delle figlie di coro arrivavano al matrimonio e lasciavano l’istituto con una piccola dote, ma molte altre trascorrevano l’intera vita alla Pietà, diventando maestre delle più giovani e continuando a esibirsi. La storia di Pelegrina illumina questa dimensione; una vita intera dedicata alla trasformazione, all’adattamento, alla reinvenzione continua di se stessa attraverso gli strumenti, passandfo al violino, quando l’età le tolse i denti e con essi la possibilità di suonare l’oboe, continuando senza arrendersi a creare musica fino ai settantasette anni.
Anna Maria dal Violino non lasciò mai l’Ospedale. Mentre le sue performance del sabato e della domenica con l’orchestra della Pietà diventarono un’attrazione turistica popolare, non viaggiò mai per esibirsi. Tuttavia, la sua fama varcò i confini e fu considerata forse la miglior violinista europea della sua epoca, e la sua eredità sopravvisse nelle violiniste che formò.
Il respiro dell’organismo
La vera rivelazione riguarda la capacità di generare ecosistemi che trasformano il disagio in energia creativa. Vivaldi compose oltre cinquecento concerti, molti dei quali scritti specificamente per le musiciste della Pietà, adattando ogni composizione alle caratteristiche individuali delle esecutrici. Non si limitò a formare singole virtuose; creò un organismo in cui il talento poteva emergere, crescere, replicarsi attraverso la trasmissione da maestra ad allieva.
L’Ospedale della Pietà fu l’unico tra gli ospedali veneziani a mantenere attiva la propria attività musicale fino al 1830 circa, mentre tutti gli altri chiusero completamente le loro attività musicali nei primi anni del XIX secolo. Un modello che durò più di un secolo, dimostrando che l’invenzione autentica nasce dalla progettazione di processi viventi, non dal lampo individuale.
L’ombra che continua a suonare
Chi oggi alza lo sguardo nella Chiesa della Pietà si ritrova sotto l’ovale sospeso di Giambattista Tiepolo, in cui la Vergine Immacolata viene incoronata tra nuvole vaporose e cherubini in volo. Ma dietro la gloria ufficiale del pennello settecentesco, uno sguardo emerge — appena visibile, eppure indelebile — dal groviglio cromatico delle altezze. Il volto, severo e fiammeggiante, richiama con sorprendente esattezza le fattezze di Antonio Vivaldi: la fronte ampia, gli zigomi sporgenti, la cascata vermiglia dei capelli. Lì rimane, come spirito custode, a vegliare su quel tempio in cui l’udibile divenne epifania. E forse proprio in quell’affresco alcune delle sue allieve dal volto ignoto compaiono al suo fianco.
Le voci di Anna Maria, Pelegrina, Chiara — che un tempo attraversavano le grate come luce tra le fronde — sono scomparse da tre secoli, eppure la loro eco non tace. Non inneggiano all’eccellenza isolata, ma alla forza ibrida del mescolamento. Non celebrano nomi, ma gesti. Nessuna vanità di firma, nessun trionfo personale, solo un’ostinata dedizione all’opera. Insegnano, queste voci perdute, che il limite — se ben inteso — non è prigione ma leva, e che nell’ombra può annidarsi un’energia più luminosa di qualsiasi riflettore.
La lezione delle costellazioni nascoste
Dietro quella grata veneziana si celava qualcosa di più prezioso di semplici musiciste. Si nascondeva un modello di invenzione evocata da Italiani di Frontiera che l’Italia contemporanea farebbe bene a ricordare. Perché il vero talento, come sussurravano quelle ombre in abito rosso, non ha bisogno di mostrarsi per esistere. Ha bisogno solo dello spazio per respirare, della libertà di migrare tra linguaggi, del coraggio di attraversare frontiere che altri considerano invalicabili.
I loro volti restano enigma, ma la loro lezione brucia cristallina. L’eccellenza nasce quando si ha il coraggio di essere invisibili al mondo e trasparenti al proprio talento. Nella Venezia del Settecento, dietro una grata metallica, le musiciste senza volto insegnarono che la vera innovazione non si espone, ma si nasconde, si moltiplica, si trasmette. Come un segreto che diventa universo, come una costellazione che illumina proprio perché nessuno la guarda.
– Eleonora Bianchi Vitti
